E'
EVIDENTE CHE FORSE NON CE LA FACCIAMO
-
quindi qualcosa la sappiamo -
Piovigginava
e mi sentivo invaso da quella sensazione di freddo interiore, tipica
di quando si ha sonno.
Cercavo
di non pensare ma non ci sono mai riuscito.
Come
sempre l'oggetto del mio pensiero era il tempo, il suo trascorrere,
l'inarrestabilità del suo procedere. Non in relazione al fatto che
si invecchia, no, quello mi ha sempre entusiasmato ma mi sono sempre
trastullato immaginando la possibilità tecnica di provocare uno stop
un fermo immagine, creare una fotografia tridimensionale della reale
percezione avendo la possibilità di poter interagire con essa.
Immaginarmi come all'interno di una scenografia di cartone, monocroma
con il suo odore che ne caratterizza l'artificialità.
Poca
gente lungo il marciapiedi, qualche ombrello inutilmente aperto dava
un tocco di colore al grigiore che predominava la scena. Non più
come nelle immagini in bianco e nero del tg che raccontano la Roma
piovosa e affollata degli anni 60. Fermo, alla fermata del tram, come
di consueto mi soffermo ad osservare le poche persone che mi
circondano. L'odore è quello delle giornate piovose quando l'acqua
catalizza gli odori di tutta la città. E' blu scuro il passeggino al
quale si appoggia con tutta la sua mole un uomo che mostra solo occhi
e naso del suo volto coperto di barba, con la mano destra, credo,
fruga in un bustone nero che si trovava al posto del passeggero. Non
che sia un clochard ma dimostra quanto oggi una persona che si dedica
al proprio, in maniera alternativa, possa sembrarlo. Una signora
vestita di giallo con i capelli rossi nasconde il suo viso sotto un
ombrello arancione, dico io ma si può. Guardandola le fai un regalo,
è certamente quel che va cercando. Una dolce vecchietta si appoggia
al suo bastone con il manico in osso, ne riconosco le venature, con i
suoi movimenti che sembrano quelli di una tartaruga di terra muove lo
sguardo a destra e sinistra senza preoccuparsi di quello che può
pensarsi di lei, è curiosa e certa di quello che le riserva il
futuro. Arriva il tre, si aprono le porte, mi fermo al lato per
lasciare il passo a chi scende. Sfilano tre ragazze non più che
quattordicenni ridacchiando su qualche episodio enfatizzato dalla
loro visione del mondo che mette in mostra tutta la carica della loro
età. Mi siedo, si chiudono le porte e il consueto strattone avvia la
marcia. Corre il paesaggio lento, la trasmissione alimentata
dall'elettricità ti offre un silenzio che avvolge quello che osservi
muto per il rumore delle rotaie. Gente che corre, cammina, ferma che
guarda nel vuoto o cerca il campanello al quale bussare. Tutti o non
proprio sono intenti nel fare, schegge di un cristallo infranto che
vagano nella coscienziosa spinta di ricostruire quanto ha generato la
loro stessa esistenza. Salgo le scale, sono davvero tante,
l'ascensore è solo per pochi, suono il campanello e mi apre lei con
i capelli arruffati come sono di solito quando si sofferma a letto
più del consueto, forse per questo oggi è una giornata strana,
l'aria grigia che la avvolge è certamente caratterizzata da nuovi
raggi di luce che riescono a donarle un aspetto insolito. In casa il
solito squallore dovuto alla scelta dell'avio come tinta dominate. Mi
siedo, il lavandino è come sempre ricolmo di piatti fra i quali
armeggia. Dopo poco si gira porgendomi un bicchiere d'acqua, ho tanta
sete, la salita per raggiungerla mi ha provato. Il tema denaro domina
il suo dire, mi serve questo non ho quello devo pagare qui e devo
ridate tot a, insomma la solita solfa. Mi fa vedere l'ultima sua
creazione. Si perché lei nella corsa all'oro ha deciso di volersi
artista e fa la creativa. E' particolarmente bello il vestito che è
riuscita a confezionare, i colori sono molto intonati e si riesce ad
intravedere la cucitura che tiene saldo il tutto. Se lo infila e fa
per uscire, io la seguo. Nemmeno una parola il copione si svolge come
un rotolo di carta igienica quando ti sfugge di mano. Andiamo a
prendere un caffè, io senza zucchero, oggi, anche un cornetto del
quale lei mangia i soli angoli. Ci avviamo per la solita passeggiata.
Mi sento particolarmente in vena e la prendo sotto braccio, lei
stringe senza mollare neanche nell'attraversare la folla che si è
addensata nella piazzetta che a quest'ora sembra essere un formicaio.
Fa fico far parte di quelli che fanno la piazzetta. Ci sediamo su
muretto un po defilato a bere una birra. Preferisco osservare la
moltitudine con alle spalle la quiete di un giardino silenzioso che
fa da cassa armonica al gran vociare. Io, perché lei non fuma da due
anni, accendo una sigaretta che tanti anni fa mi convinsi, forse
sulla scia dell'entusiasmo adolescenziale fosse una buona amica e
fedele compagna. Oggi mi rendo conto che è irriducibilmente complice
del tuo pensare; la conversazione non cambia tono ma ora si
disquisisce sull'arte e sull'amore come se fossero elementi immanenti
della nostra esistenza, ci si convince reciprocamente di dire cose
sensate e sicuramente rispondenti alla realtà. Lei si diverte molto
a considerare il mondo come il grande palco del teatro divino. Mentre
gesticola osserva la mia giacca alquanto sgualcita, la infilo
abitualmente nello zaino. Il suo compiacimento nei mie confronti è
dovuto essenzialmente al fatto che sono di famiglia benestante, o per
meglio dire nel suo indagare scopre in maniera abbastanza goffa
quanto la cosa le stia a cuore interrogandosi sul motivo della mia
ostinazione nei confronti della società consumistica. Consumare è
un bisogno, se hai soldi per soddisfarlo il problema non dovrebbe
neanche sfiorare la tua immaginazione. É convinta che comunismo
voglia ancora dire guerra tra ricchi e poveri nonostante il crollo
del muro. Al cuor non si comanda e gli occhi son fatti per guardare,
io almeno non riesco per molto tempo a fingere di essere interessato
ad un discorso che certamente in altre circostanze, non sarebbe
oggetto del mio dire. Passa una gonna in cotone di tipo indiano e mi
rendo conto di essere attratto dalla caviglia che fa trasparire una
certa noncuranza dell'aspetto esteriore. Certo l'aspetto esteriore,
quella parte del nostro essere che si presenta agli altri e che la
società ha imposto debba rispondere a dei canoni. É divertente
osservare come i tanti ex sovietici, oggi, si lancino senza alcun
freno sui modelli canonicamente cerati. Cerco di cambiare discorso ed
inizio a raccontarle del mio cambiamento di vita, dell'esperienza per
la quale ero sospinto verso il riempire i vuoti della giornata
esercitando il possesso effimero del materiale, disperandomi di non
riuscire ad ottenere tutto quello che ritenevo inevitabile avere per
poter essere felice di essere. Seguendo le mie elucubrazioni con lo
sguardo, conclude dicendomi che i soldi sono indispensabili per poter
vivere. Bene, decido che si è fatto tardi, come se io riuscissi a
dare un senso al tempo che corre o come se avessi degli impegni da
onorare. Riprendiamo a camminare, questa volta il mio braccio non
scivola sotto il suo, provocando in lei la reazione di chi, dopo aver
assaggiato un morso di panino ne vuole uno tutto per se. Si mette a
piovere e io contento dell'esperienza sensoriale offerta dalle gocce
d'acqua che ti bagnano il viso, sorridendo, le chiedo se le piace.
Lei annuisce, si sa la pioggia è poetica e se non ne parli bene sei
uno sfigato. Ma si lamenta del fatto che siamo senza ombrello e
propone il bicchiere della staffa, al chiuso, in una birreria sotto
casa sua che sa di sigaro. Seduti nella desolazione, con un
sottofondo musicale alquanto fastidioso a dividerci un solo bicchiere
di whisky dal quale sorseggiamo alternativamente come se noi fossimo
abituati a condividere. L'accompagno al portone l'abbraccio e le
auguro buona notte. Il cadere dell'acqua ha variato ritmo, ora suona
sincopato. L'odore tende ad intensificare il suo timbro. I suoni
della città sono quasi dormienti, si alza il vento e le nuvole
spariscono facendo trasparire le fioca luce della mezza luna. Non ho
affatto sonno sono solo stanco di pensare a lei. Prima o poi arriverà
il giorno in cui deciderò che non è più il caso di vedersi. Bevo
ad una fontana e mi siedo su una panchina. Accendo l'accendino e
fisso la fiamma, poi do fuoco all'ennesima sigaretta. Mi rilasso
completamente. La sirena di un'ambulanza passa nella strada a pochi
passi da me. Mi alzo e mi dirigo verso casa, è quasi l'alba. Decido
che oggi è una giornata meritevole di attenzione e rimango alla
finestra osservando il chiarore del sole che sorge. Si dice inizi una
nuova giornata.
Alla
fermata dell'autobus non c'è nessuno, l'aria è alquanto frizzante e
sono costretto a soffiarmi il naso. Ho gli occhi gonfi di sonno tanto
che neanche l'acqua fresca è riuscita a sgonfiare. Sul mezzo ci sono
moltissime persone, alcune delle quali sono cosparse di profumo tanto
da provocare il mal di testa. Arrivo alla fermata, scendo e mi infilo
in un bar. Ordino un caffè ed esco di corsa. Entro nello stabile
dove al pian terreno c'è la bacheca che contiene i bandi. É di
legno, dipinta di bianco, lascia trasparire tutto lo squallore che la
circonda. Nessuna novità che avrebbe potuto impegnare i successivi
momenti. Mi rimetto in cammino cerco una fontana, sono sempre più
rare, mi sciacquo la faccia e bevo, evito che lo sgocciolio bagni la
maglietta e mi rimetto in cammino. Entro nell'aula, ci sono poche
persone, ormai a lezione non ci va più quasi nessuno, è certamente
superfluo. La lezione scorre veloce. Lui sembra un grande oratore che
ha la capacità di non far sorgere in nessuno la curiosità di una
domanda. Mi fermo a fare due chiacchiere sul ballatoio. Ha i capelli
lunghi e lisci, gli occhiali dietro ai quali nasconde due occhietti
vispi incorniciati da una grossa montatura nera, è presissima dal
fatto che io mi sia fermato a parlare con lei, cerca di attirare la
mia attenzione cambiando argomento ogni qual volta io giro la testa
attratto da qualche stranezza che fa da scenario alla nostra
conversazione. La saluto, la ringrazio del tempo dedicatomi e mi
avvio verso la biblioteca. Arrivo al bancone lascio lo zaino, entro e
mi siedo. C'è silenzio. Di tanto intanto qualche colpo di tosse una
sedia che stride, dei passi che vagano per il labirinto degli
scaffali. Ora sono stanco gli occhi mi bruciano, penso siano anche
arrossati. Esco e fumo una sigaretta. Riprendo lo zaino e mi avvio
verso casa. Decido di farmela a piedi è una lunga camminata ma a me
camminare piace. Ci sono degli operai che lavorano ai binari del
tram, mi chiedo se non sia arrivato il tempo di cambiarli invece che
continuare ad aggiustarli. Poi mi dico che agli interrogativi di
questo tipo la risposta è sempre la stessa non ostante il mio amico
tempo continui a fare il suo corso. Nel silenzio di un vicolo che ho
scelto di percorrere suona il cellulare. Questa magnifica invenzione
che fa sembrare indispensabile il suo utilizzo. Non si vedono più le
simpatiche cabine telefoniche alle quali capitava di dover fare la
fila. Quanto tempo perso. Rispondo, è lei, ovviamente, non mi chiama
mai nessuno. Mi chiede se sono da cinema. Le risponderei di no ma in
me sale quella voglia di trovare quel che cerco e le dico di si. Mi
faccio una doccia, mi asciugo, decido cosa mettere per l'occasione ed
esco. Prendo la bicicletta che tanto a lei non piace. Trova molto
scomoda la canna che rappresenta il suo posto. Arrivo, e quando
scende mi accorgo che ha cambiato pettinatura. Non le dico niente per
misurare la sua reazione, mi diverto a stuzzicarla. Storce la bocca
per la bicicletta, meno male che si è messa i pantaloni. Inizio a
pedalare anche per lei e la strada corre veloce. Mi guarda e mi
chiede se non sia meglio pensare all'acquisto di un mezzo a consumo
energetico elevato. Io sorrido e continuo a pedalare. Inizio a
cantare e lei mi sorride arrossendo, cosa penserà la gente. Io me ne
preoccupo moto ed indifferente continuo il mio motivetto quotidiano.
Arriviamo davanti al cinema. Il film è qualcosa di ricercato una
sceneggiatura che cerca di proporre una chiave di lettera nuova al
fatto che si muore, la cosiddetta livella. La scenografia non è male
molto essenziale e liscia. Scorrono i titoli di coda e ci rivestiamo,
la sala non è molto grande e gli spettatori ne occupano una parte
irrisoria. Ci avviamo verso l'uscita e noto una coppia che si bacia
appassionatamente in un angolo vicino ai bagni. Lei si accorge e mi
dice che anche noi potremmo baciarci, o almeno io questo leggo dal
suo sguardo. Sono sempre troppo convinto di capire cosa gli altri
stiano pensando. Faccio finta di niente ed usciamo dal cinema. Non
saliamo in bicicletta ci avviamo a piedi. Mi appoggio alla bicicletta
e penso che sia veramente scomodo usarla come bastone. Ci sediamo in
un bar con le sedie rivestite di raso bianco. Ci sono delle enormi
lampade a colonna completamente decorate da pennellate di resina
colorata. Lei ha scelto il locale e si compiace del fatto che io sia
attratto dalla sua bellezza esteriore. I nostri discorsi oggi vertono
sulle difficoltà familiari che hanno comportato la separazione dei
suoi genitori quando lei era ancora adolescente. Riconosce il
sentimento che legava i suoi ma colpevolizza il padre per le sue
capacità creative alle quali si rifiutava di dare un senso
economico. Sorrido e penso che il padre, forse, oggi è felice. Ne
parla con affetto facendo trasparire la sua adorazione per l'uomo di
casa. E' cresciuta senza la presenza di una figura maschile, penso
che in questo risiedano buona parte delle sue convinzioni circa le
necessità che pensa di dover appagare per poter essere felice.
Chiedo il conto e pago, ci avrei fatto la spesa per una cena. Spero
di aver fatto trasparire il mio disappunto interiore, sorrido e
usciamo. Questa volta saliamo in bicicletta, non canto e penso al
film che abbiamo visto, veramente ricercato ma dal significato
criptico che sospinge a riflessioni su un'ulteriore vita oltre quella
che costituisce il nostro presente, lei si appoggia alla mia spalla
come a voler sollecitare una mia reazione affettuosa. Freno siamo
davanti al suo portone. Scende con un salto quasi felino, mi bacia e
si infila nell'atrio del palazzo dove condivide un piccolo
appartamentino di proprietà del suo coinquilino. Nel mio silenzio
ricomincio a pedalare. Ripenso alle lunghe serate passate a fissare
negli occhi quella bella ricciola dalle forme marcate che mi sbranava
con gli occhi. Sono sempre rimasto alla fase platonica senza mai
azzardare, se non per un episodio estemporaneo e alcoolico in
occasione del quale le diedi un bacetto sulla guancia, un passo verso
la sua conoscenza. Sorrido al pensiero del suo pensare a me. Scuoto
la testa e mi butto alle spalle anche questa esperienza. Parcheggio
la bicicletta, salgo le scale, apro la porta, in casa c'è buio
ancora non deve essere tornato nessuno o forse sono già tutti a
letto. Entro nella mia camera che sa di trielina, spalanco la
finestra ed accendo il computer. Decido di spararmi, per rilassarmi,
un film. Sui titoli di coda mi addormento sereno.
Nicola Montemurri
La fase finale sembra quasi una canzone di Lucio!!!
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