Senza
voler muovere un’inutile polemica nei confonti di tutti coloro che
in maniera autorevole hanno interpretato il manoscritto, cercherò di
sottolineare gli elementi che devono aver costituito il travaglio
interiore che Dante ha vissuto quando, in un periodo durante il quale
le “regole” erano dettate ed imposte dalla pesante mano della
chiesa che erigeva muri di confine oltre i quali le condanne divine
si abbattevano sull’umanità, iniziò la sua avventura. Immagino
Dante come un uomo del 1300 esponente dell’aristocrazia, legato per
questo motivo ad una serie di vincoli ed imposizioni (la così detta
etichetta) che lo porteranno ad una serie di riflessioni circa il
giusto e lo sbagliato. La sua vita è stata caratterizzata, proprio
per questi motivi, da momenti di grande prestigio seguiti da quelli
di profonda umiliazione relativi al periodo dell’esilio.
Ritengo
che dopo questa serie di sensazioni laceranti, i pensieri del
“grande” siano stati rivolti nei confronti dell’umanità e di
quanto in questa, ci sia di sbagliato, o per meglio dire: quanto
quello che è presentato dalla società come sbagliato sia sbagliato
veramente.
Trovata
la via e avendo chiaro il suo scopo, inizia il suo scritto con i
versi del primo canto che non a caso costituiscono il proemio
dell’intera opera:
Canto
primo
vv.
1-3
Nel
mezzo del cammin di nostra vita
mi
ritrovai per una selva oscura
ché
la diritta via era smarrita.
Cerca
di far capire subito a colui che leggerà, il percorso di vita che ha
dovuto compiere prima di vivere l’esperienza che senza l’abbandono
della “retta” via non avrebbe potuto sperimentare. Ha dovuto
considerare, sulla base della sua esperienza, giusto quello che
comunemente era considerato sbagliato.
vv.
4-6
Ahi
quanto a dir qual era è cosa dura
esta
selva selvaggia e aspra e forte
che
nel pensier rinova la paura!
Sottolinea
quanto la sua esperienza sia stata devastante che solo a pensarci
viene pervaso da un’ emozione di paura. Non dice la selva ma “esta
selva” quindi in riferimento alla sua specifica esperienza.
vv.
7-9
Tant'è
amara che poco è più morte;
ma
per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò
de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.
E’così
dolorosa la realtà da paragonarla alla morte. Ma per poter parlare
delle cose delle quali è costituita vi racconterò anche di quelle
che io ho visto dal mio punto di vista che non è quello di una
persona comune.
vv.
10-12
Io
non so ben ridir com'i' v'intrai,
tant'era
pien di sonno a quel punto
che
la verace via abbandonai.
Prova
a descriverel’inizionio di questa riflessione interiore
paragonandola ad un viaggio per compiere il quale ha dovuto astrarsi
da quello che viene ritenuto realtà. Paragona questa sensazione a
quella che si prova nel momento in cui la mente si arrende allo stato
di non piena conoscienza antecedente quello del sonno così da poter
abbandonare la “verace via”.
vv.
13-15
Ma
poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,
là
dove terminava quella valle
che
m'avea di paura il cor compunto,
Va
avanti ed inizia la descrizione, figurata, della società tutta che
lo aveva interessato, profondamente ferito e per la quale inizia il
suo racconto.
vv.
16-18
guardai
in alto, e vidi le sue spalle
vestite
già de' raggi del pianeta
che
mena dritto altrui per ogne calle.
Volge
il suo sguardo verso l’alto, verso la vetta il vertice della
società che ha tracciato quel perimetro all’interno del quale
ognuno di noi è spinto verso la via stabilita e considerata giusta.
vv.
19-21
Allor
fu la paura un poco queta
che
nel lago del cor m'era durata
la
notte ch'i' passai con tanta pieta.
Continua
il suo affanno nell’abituarsi alla condizione non conforme a quelle
che sono le regole del supo tempo.
vv.
22-26
E
come quei che con lena affannata
uscito
fuor del pelago a la riva
si
volge a l'acqua perigliosa e guata,
così
l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
si
volse a retro a rimirar lo passo
che
non lasciò già mai persona viva.
Descrive
la sensazione di scampato pericolo che prova colui che si salva dalle
acque burrascose e si sofferma a guardare, pervaso da un velo di
paura, la distesa d’acqua. Sensazione che lui stesso prova nel
“rimira lo passo che non lasciò persona viva”. Questo è uno di
quei passi, nei quali io leggo le incertezze e le paure di Dante al
pensiero della tanta gente uccisa nel tentativo di scardinare quelli
che venivano considerati i capi saldi della società, dettati al suo
tempo proprio dalle istituzioni della chiesa. Per mezzo del
linguaggio “nuovo” (sono sicuramente convinto che quest’opera
si segni l’inizio di una nuova era) Lui riuscirà a scrivere i
versi che analizzati e interpretrati correttamente, troveranno una
rispondenza anche nella vita dei nostri giorni.
vv.
28-30
Poi
ch'èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi
via per la piaggia diserta,
sì
che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.
Riposatosi,
inizia la descrizione della struttura sociale rappresentata non a
caso dalle forme con le quali è indicata, al suo tempo, l’immagine
dell’inferno. Indica la salita all’inizio del suo cammino perchè
sà che la descrizione che si appresta a fare sarà di arduo
percorrimento.
Nicola
Montemurri
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